6 novembre 2009

ALLA CORTE DI PIERRE CARDIN…

Pubblicato da Camden Town under: ICONS .

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Pierre Cardin, pseudonimo di Pietro Cardin è uno stilista italiano naturalizzato francese.
Nasce a Sant’Andrea di Barbarana nella marca trevigiana. Si trasferisce fin dalla giovane età a Parigi, studiando architettura e lavorando con Jeanne Paquin. Successivamente lavorò con Elsa Schiaparelli finché, nel 1947, divenne capo dell’atelier di Christian Dior, dopo essere stato rifiutato da Balenciaga.

Dior, che è al debutto, lo assume come primo tagliatore. Gli incontri con Cocteau e Bérard lo spingono verso il teatro, tanto da fargli abbandonare la Maison Dior per aprire, insieme a Marcel Escoffier, una sartoria teatrale. Per qualche anno, resta in bilico fra la passione per il mondo della prosa e il richiamo dell’alta moda.
Vince l’haute couture, quando in alleanza con André Olivier, suo braccio destro presenta i suoi primi modelli.
È il luglio del ’57.

“Conobbi Cardin quell’estate del ’57. Non ricordo se la sua prima collezione mi avesse veramente colpito: erano gli anni del mito Dior, dei mondanissimi Fath e Balmain, dell’ancora mirabolante Balenciaga. Ma mi colpì subito l’uomo Cardin bello, gentile, sensibile, disponibile. Ma gli occhi chiari, freddi, la bocca volitiva denunciavano un’autorità, una volontà febbrile, quasi impaziente, a stento trattenuta dalla voce molto lenta e dolce.
Un contrasto che sconcertava e attraeva. Penso che proprio in questo contrasto fisico, che esprime la complessità della sua natura, stia il segreto del suo spettacoloso successo. Fin dal debutto ha sempre presentato collezioni fiume, come fuochi d’artificio: 200, 300 modelli, un’infinità di idee che sarebbero bastate per quattro collezioni normali, mischiando capi di una eleganza sofisticata, abiti di una purezza e abilità geniali a pazzie che sfioravano il kitsch, a invenzioni d’avanguardia che sarebbero state capite solo anni dopo.”


Fu il primo a portare in passerella la minigonna – anche se non viene citato fra Courrèges e Mary Quant.
I suoi astronauti, copiati in seguito da tutti i grandi magazzini, hanno decollato prima che l’uomo andasse sulla luna. La gonna strettissima, sexy, con spacco, è del ’66: fu uno scandalo. Come i suoi vestiti prefabbricati a stampo come un budino e i suoi aggressivi gioielli di plastica. Bisogna riconoscergli tutto questo e anche di non avere mai fatto del rétro o del folclore.

E lui, provocatore, per far parlare e scrivere di sé (“Far parlare vuol dire vendere”), lui, il migliore public relations di se stesso, esce con cravatte inverosimilmente fiorate e con camicie stampate, al momento invendibili, portate da veri studenti. Ma dietro tutti questi colpi di scena, c’è una seria, nuova produzione che culmina con la giacca dévertebrée che sarà un trionfo e lo porterà alla conquista dell’America. A questo successo americano e a una buona clientela privata, bisogna riconoscere che hanno contribuito l’allora sua direttrice Mad, Nicole Alphand moglie dell’ex ambasciatore francese negli Usa, e il suo braccio destro André Oliver: due caratteri assolutamente agli opposti, solitario Cardin, idolo della café society internazionale Oliver.
Sempre nel ’58, Cardin firma la prima licenza in Giappone e ritorna dal Sol Levante portandosi dietro una bravissima fotografa, Joshi Takara e quell’idolo di Iroko, che sarà la prima e più fotografata mannequin esotica di Parigi.
Da questo momento seguire Cardin è come star dietro a un lampo. Parlare di Cardin solo come personaggio della moda è impossibile: l’uomo Cardin che fa il giro del mondo ogni anno; che tratta con regine, presidenti, personalità politiche, l’uomo che già nel ’60 era più celebre di Brigitte Bardot; l’uomo che possiede un grattacielo a New York, un paesino presso Cannes, un palazzetto a Venezia.


“Un giorno gli dissi: “Hai conquistato mezzo mondo come Napoleone”. Mi rispose: “Molto di più: lui portava lutti, morte, guerra, io bellezza e lavoro”. Lavora forsennatamente, ma non per venalità. “È il mio hobby. Non ho macchine, yacht, aeroplani di lusso; non ho tempo per leggere ma conosco tutti i musei del mondo e amo teatro e musica. Non ho vizi”. Vive solo. Non ha camerieri, personale. Gli capita di farsi il letto, di mangiare un sandwich o di aprirsi una scatoletta per non perdere la realtà della vita.


 

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